La Grecìa Salentina (7)

L'avvio della penetrazione Ellenica in Terra d'Otranto, nella tradizione letteraria antica, viene fatta risalire alle epoche più remote, di solito collegata alle gesta di eroi leggendari quali l'ateniese Teseo, i cretesi Iàpige ed Idomeneo, l'argivo Diomède, il beota Messàpo.
L'indagine archeologica conferma che verso il XV secolo a. C., i naviganti micenei, provenienti dalla penisola greca, diedero inizio a un lungo periodo di contatti con le genti del Mediterraneo occidentale.

Nell'area culturale della Grecia Salentina troviamo concentrati la maggior parte dei fenomeni che hanno caratterizzato la geologia della penisola salentina.
Quest'area, come la maggior parte della Puglia, è geologicamente costituita da una impalcatura calcarea, affiorante localmente in lunghe dorsali, dette Serre Salentine, separate fra loro da zone relativamente depresse, aventi direzione NW-SE, convergenti verso il Capo di Leuca. Le dorsali sono distaccate più o meno nettamente dalle adiacenti depressioni da un gradino, a testimonianza delle successive fasi di regressione marina e rappresentano antiche linee di costa, attive al tempo corrispondente all'eta dei sedimenti adiacenti.
l'origine delle Serre Salentine é quindi da collegarsi ai grandi eventi tettonici che investirono a più riprese il Salento fra il Cretaceo e l'inizio del Pleistocene.

Con i suoi 40.000 abitanti distribuiti su un'area di 144 Kmq, è la città più grande e popolosa ed anche la più vivibile dell'intera provincia di Lecce.
Nessun altro centro ha i suoi abitanti distribuiti sul territorio in maniera così equilibrata, in un rapporto città - campagna in cui è quasi introvabile la città, mentre è molto discretamente 'urbanizzata' la campagna.
La città di cui parliamo, che da soli non troverete sulla cartina, occupa un'area a sud est di Lecce, tra il capoluogo e le città di Galatina, Maglie e Otranto: il suo nome è Grecía, ma le cartine riportano solo i nomi dei suoi 'quartieri' che si dispongono a corona intorno al piccolo Zollino: in senso antiorario sono Calimera, Martignano, Sternatia, Soleto, Corigliano d'Otranto, Melpignano, Castrignano dei Greci e Martano (quest'ultimo è il più popoloso).

Tra la tarda Antichità ed il Medioevo, in tutta quella parte dell`lmpero Romano erede della cultura delle grandi città ellenistiche del Vicino Oriente e del Mediterraneo, si avverte l'importanza della nuova cultura artistica "greca", da intendersi nella vasta accezione di bizantina, con intensità ed azione diversificate nei vari contesti politico - sociali.
La nuova capitale, voluta da Costantino tra Europa ed Asia, diviene con Giustiniano la metropoli che sostituisce a tutti gli effetti Roma, l'antica capitale. È a Costantinopoli, dunque, come ad un modello da imitare, quasi per dimostrare la legittimità del proprio potere, che guardano ormai i regnanti che si avvicendano in Occidente: dalla dinastia Valentiniano-Teodosiana di Costantinopoli, a Teodorico, agli Esarchi, ai Carolingi, agli Ottoni, ai Normanni.



PALAZZO BARONALE
Edificato dopo il 1649 sull'area del castello, le cui torri cilindriche a pianta circolare furono ricostruite dopo la riconquista aragonese di Otranto agli angoli del prospetto, questo fu realizzato dall'architetto Francesco Manuli da Corigliano d'Otranto, che un decennio avanti aveva costruito in Melpignano i palazzi Castriota e Maggio, col quale ultimo la facciata di quest'edificio presenta notevoli affinità, evidenti in modo significativo nella tipologia del portale archeggiato a staffa di cavallo, nella teoria delle alte luci, non finestre, e nel coronamento superiore a pilastrini.
Dai Trani, che lo realizzarono, passò, col feudo, ai Marchesi Belprato, ai Brunassi e ai Gadaleta, che il 1750 commisero la fronte lungo la via Pomerio all'architetto Tommaso Pasquale Margoleo da Martano (1703-1781), che ne affidò l'esecuzione al fabbricatore concittadino Donato Saracino.
E' ora in proprietà dei baroni Comi, che il 1887, abbattuta la torre di sinistra, composero il prospetto nell'attuale via Marconi e sulla centrale piazza Assunta.
Attualmente vuoto, muto, disabitato, è abbandonato nei vari ambienti e quelli superiori non conservano neppure un brandello dei quattro arazzi figuranti le imprese di Alessandro Magno e di altre gesta eroiche che nel Settecento vi erano appesi.
Nel palazzo non si consumò la sanguinosa rapina del 1815, narrata da sir Richard Church ad opera di Giuseppe Armenini e dei suoi complici che in Martano furono giustiziati.
Qual fosse il palazzo, prima della demolizione della grossa torre a mancina, rivela il disegno del 1884 eseguito da Cosimo De Giorgi che descrisse i brandelli dell'arredo che ai suoi tempi nel palazzo erano ancora superstiti.
P BARONA


MARTANO
La cittadina, che è un po' la capitale della Grecìa, fu abitata fin dall'età preistorica, alla quale risalgono due monumenti megalitici, il monolitico menhir, ormai inserito nel centro urbano e la specchia di mori, visibile lungo le vie provinciali per Lecce e per Calimera.Santu Totaru 72Nel Medioevo fu abitata da coloni trasferitisi dalle terre orientali dell'impero e fu tanto fortemente grecizzata che il rito greco vi si mantenne fino al seicento, mentre vivo è sulla bocca delle popolazioni il dialetto greco ed è ancora possibile recuperare elementi del ricco patrimonio delle tradizioni e del folklore.
Da Martano provengono tre codici greci dei secoli XIII - XIV acquisiti dalla biblioteca ambrosiana.
Fortificata dopo la riconquista aragonese di Otranto, Martano conserva nel nucleo abitato che fu compreso nel circuito murario, di cui restano due torri a pianta circolare, molti esemplari episodi di cultura architettonica espressi, oltre che dalle tipiche case a corte, da case palazzate e da veri e propri palazzetti, databili ai secoli XVI-XVIII, alcuni dei quali contrassegnati da iscrizioni umanistiche o da riferimenti araldici.
Attestata nel cuore dell'abitato è la parrocchia dell'Assunta che, ricostruita alla fine del Cinquecento, è notevole per l'alta facciata che, nel secondo ordine, ripropone motivi del repertorio riccardesco, e per l'interno a tre navate che conserva interessanti altari seicenteschi e la bella Annunciazione della Vergine dipinta da Oronzo Tiso.
Al Seicento risalgono la Chiesa di S. Domenico con l'ex convento di predicatori, la cappella dell'Immacolata e il palazzo feudale. La prima ha un prospetto sobriamente decorato e l'interno spartito a tre navate e ornato di altari settecenteschi. L'ex convento, trasformato fin dalla fine dell'800 in palazzo municipale, prospetta sulla piazza intitolata al naturalista Salvatore Trichese, il cui bronzeo monumento è lavoro di Antonio Bortone.
La cappella dell'Immacolata conserva un sontuoso altare barocco, mentre il palazzo feudale ha una facciata il cui contrappunto ornamentale è sobriamente affidato al risalto del portale e dall'allineamento delle finestre.
Fuori dall'abitato, lungo la via per Borgagne, sorge il seicentesco convento di S. Maria della Consolazione affidato ai monaci cistercensi che vi hanno stabilito una liquoreria.


CALIMERA
L'augurale nome greco del paese che vale «buon giorno» è richiamato dal sole che, non diversamente da Soleto, Sogliano e da Zollino, campeggia nello stemma municipale.
Nel giardino pubblico di Calimera il sole brilla anche sulle memorie dell'esperienza culturale della cittadina, la cui economia, svincolatasi dall'antica occupazione di far carboni, si manifesta in attività imprenditoriali.
Il verde della villa fa da sfondo ad un singolare santuario di cui la marmorea stele funeraria donata nel 1960 da Atene costituisce il simbolo della tradizione di civiltà alla quale con il contributo dei loro studi si richiamarono gli ellenisti calimeresi Vito Domenico Palumbo, Pasquale Lefons, Giuseppe Gabrieli e Brizio De Sanctis, i cui bronzei busti corteggiano la stele attica cui l'epigrafe incisa nel frontone dell'edicola rammenta di non essere straniera a Calimera.
Il suo centro edilizio in gran parte rinnovato conserva la fabbrica della parrocchiale ricostruita nel Seicento, nella quale è venerato il protettore S. Brizio, la casa natale di V. D. Palumbo e qualche caratteristico episodio di architettura minore.
Oltre che del paese, Calimera è anche il nome di un canto, naturalmente in grico, della passione o di S. Lazzaro che, eseguito dal giorno che precede la domenica delle Palme fino a Pasqua, racconta in ingenue quartine i momenti della Passione di Cristo.


CARPIGNANO SALENTINO
Se dell'eredità bizantina non conserva più il dialetto grico e remota è ormai la caduta del rito greco, custodisce però nel profondo della pietra sui cui banchi poggiano le fondamenta della case un'importante reliquia di quel civile passato, l'ipogea cappella delle SS. Marina e Cristina, che fu la cripta nella quale si raccolse la comunità di lingua e di rito bizantino del piccolo centro che, negli anni 1377-8, venne munita di una torre di cui rimane la sola memoria epigrafica.
La cripta medievale è un antro umido e buio nel quale non è riconoscibile l'originaria struttura e si compiange la sorte che ha danneggiato i pregevoli affreschi a ragione considerati «gli incunaboli della pittura medievale» della regione.
Sono, tuttavia, visibili il Cristo in maestà e l'Annunciazione della Vergine, che il prete Leone e sua moglie Crisoleasi commisero al pittore Teofilatto nel 959, un secondo Cristo in maestà, dovuto al pittore Eustazio che lo esegui nel 1020, epoca a cui risale anche la Vergine col Bambino.
Ai secoli precedente e successivo sono databili rispettivamente le pitture di S. Marina (nell”arcosolio, la Vergine con Bambino e S. Nicola) e di S. Cristina. È assai probabile che i pittori di questa cripta siano giunti da Otranto poiché gli affreschi rivelano affinità con la produzione artistica bizantina di carattere provinciale presente anche nella decorazione pittorica della chiesa otrantina di S. Pietro.
Due altre cripte del territorio di Carpignano, interessante pei due menhirs «Grassi» e «Staurotomea›› e per le masserie fortificate «Sciuscio» e «Calaggi››, vanno qui richiamate, la cripta di S. Marina che, inserita nella area dell”antico casale di Stigliano, nasconde affreschi alquanto danneggiati e bisognevoli d'intervento, e la Madonna della Grotta, la cui immagine, scoperta nel 1568 nella località «Cacorzo››, sulla quale era attestata la torre colombaria costruita per volontà del barone Bernardino del Balzo, richiamò tale concorso di pellegrini da diventare una vivace centrale di pietà mariana che trovò onorevole officiatura nella chiesa costruita secondo la tipologia del gusto del Riccardi dal 1570 fino all'ultimo decennio del secolo e fu arricchita dagli ornati portali, da contigui ambienti e dalla pala della Vergine col Bambino e Santi, autografo lavoro (1601) di Ippolito Borghese.
Al sec. IX vuolsi risalga, invece, lo sciupato affresco di S. Cristina accanto al quale è altro dipinto della medesima santa riferibile al sec. XIII, epoca cui va assegnato l'affresco dei SS. Teodoro, Nicola e Cristina.
All'età barocca risalgono due altri monumenti di Carpignano, il cui nucleo antico è costellato da interessanti edifici rinascimentali e seicenteschi, la parrocchiale, il cui portale e gli altari di S. Anna e di S. Oronzo furono scolpiti da Placido Buffelli, e il palazzo ducale dei Ghezzi, il cui ruolo monumentale è assunto dal lunghissimo muro di facciata infittito di finestre.


CASTRIGNANO DEI GRECI
Il centro è qualificato dall'industriosa attività degli abitanti, dediti, oltre che all'artigianato, al commercio di tessuti ed è caratteristico per l'aggregato edilizio più antico che esibisce molteplici ed espressivi esemplari di architettura spontanea e colta riferentisi ai secc. XVI-XVIII.
Su di essi emergono la mole del palazzo baronale ristrutturata nel Seicento su di un preesistente fortilizio, di cui sopravanza il basamento dai muri a scarpa, e l'ottocentesca parrocchiale, le cui tele sono autografi lavori del pittore foggiano Saverio Altamura.
Del passato è testimonianza la cripta bizantina di S. Onofrio, del sec. VI, del tempo cioè in cui i calogeri basiliani cercarono scampo nel Salento e nella Calabria e si rifugiarono nelle cripte scavate nella roccia, che divennero poi centro della comunità e delle manifestazioni di carattere religioso.


CORIGLIANO D'OTRANTO
Il centro che, durante il medioevo, fu un polo fervido di cultura nell'area della civiltà bizantina della Terra d”Otranto alimentata dalla sinodia di S. Giorgio, fu patria di traduttori e di copisti e sede di uno scrittorio donde uscirono i codici emigrati nelle biblioteche apostolica, ambrosiana e nazionale di Parigi.
Nell”etå moderna, infeudato, dapprima come baronia, quindi come marchesato e, da ultimo, col titolo di ducato a signori tanto illuminati quanto doviziosi, come i De Monti e i Trane, che in Corigliano raccolsero le loro piccole corti, il paese costituì l”epicentro di un'area culturale di espressivo risalto edilizio ed ornamentale al cui gusto sono esemplati i superstiti, pregevoli monumenti del Rinascimento e del Barocco.
Ai secoli XV-XVII appartengono, infatti, la robusta torre campanaria (1465), l'arco Lucchetti che, datato 1497, è stato riconosciuto monumento nazionale per la straordinaria qualità della decorazione di eclettica derivazione quanto alla tematica, e il castello, la cui mole, superbamente conservata e presidiata da quattro angolari torri a pianta circolare e da un alto mastio centrale, venne arricchita nel 1667 nel muro di cortina ad opera di Francesco Manuli da uno scenografico prospetto animato da finestre e da statue allegoriche e di personaggi.
La parrocchiale, nella quale è venerato il protettore S. Nicola, fu ricostruita nel Cinquecento ed ornata (1573) dal delizioso portale a lunetta assegnato al Riccardi ed ingrandita dal Manuli nel secolo successivo. All'interno a tre navate sono gli altari in pietra leccese dei SS. Nicola ed Oronzo scolpiti da Gaetano Carrone, padre di Orazio, che esegui gli altari del Rosario e di S. Giacinto, e una tela del pittore napoletano Sarnelli.
Il centro, che nel Seicento fiori per la presenza di autentiche notabilitå, quali il letterato Andrea Peschiulli, l'architetto Francesco Manuli e lo scultore Marco Antonio Fiorentino, è caratterizzato nel nucleo antico da stradine e da palazzetti di pittoresca qualità urbanistica e di interessante decoro architettonico (Palazzi Comi, Papuli, Calò e case palazzate lungo le vie Chiesa, Marcello e Cavour).


CUTROFIANO
Fu uno dei centri ellenofoni e di rito greco inserito nell°area della Grecia salentina, ma di quel passato non conserva alcuna reliquia e il trecentesco codice con testi liturgici e di disciplina ecclesiastica che quivi fu venduto nel Seicento è ora conservato nella biblioteca ambrosiana.
Affidata parimenti ai ricordi del passato è la rinomata razza di cavalli che, quivi introdotta dai duchi Filomarino, in Cutrofiano ebbe nel sec. XVIII il principale centro di allevamento.
Attivo centro manifatturiero di terrecotte e di ceramiche di ordinaria qualità, Cutrofiano conserva settecenteschi edifici, tra i quali il palazzo Filomarino. Nella parrocchiale è conservata la pala della Vergine col Bambino e i SS. Francesco d”Assisz' e
Gennaro, di Francesco Solimena.


MARTIGNANO
Qui, come in altri centri della Grecìa, il rito greco era ancora in fiore nella metà del Seicento e greco e risalente al Duecento era un codice liturgico che, quivi venduto nel 1606, è conservato nella biblioteca ambrosiana.
Greco è il santo protettore del paese, Pantaleone, venerato come guaritore e martire della fede, e chierici coniugati more graecorum erano registrati in Martignano fin verso l'ultimo Settecento.
La parrocchiale, dedicata alla Vergine dei Martiri, fu ricostruita nel 1541 ed ingrandita nei secoli dell'etå barocca, fu dotata del campanile, per il cui completamento fu nel 1684 richiesto l'intervento di Giuseppe Zimbalo ed ornata, all'interno, degli altari maggiore, della Vergine del Rosario e di S. Pantaleone, scolpiti da Giuseppe Gino, e di quello di S. Oronzo dovuto al magliese Tommaso Giannotta.
Documentato lavoro del pittore leccese Oronzo Tiso è la pala della Vergine del Rosario risalente al 1788, per la quale Emanuele Orfano da Alessano esegui la cornice e la mensa dell'omonimo altare.
Di pregevole fattura è il policromo pavimento musivo eseguito nel 1876 dai tricasini fratelli Peluso.
Oltre ai seicenteschi affreschi, realizzati con simpatica schiettezza popolare, della cappella di S. Giovanni Battista, desta interesse il palazzo marchesale nel quale nel 1721 nacque Giuseppe Palmieri che fu illuminato cultore di discipline eco-
nomiche e militari del Regno di Napoli.


MELPIGNANO
Le memorie storiche di quest'altro centro ellenofono sono interessanti quanto i monumenti che nobilitano con spiccata espressività il nucleo antico, il cui fulcro è costituito dalla piazzetta che, antistante la cinquecentesca parrocchiale dedicata a S. Giorgio, sviluppa sui due lati una serie di portici a fornici a tutto sesto.
Al Cinquecento appartiene, oltre al gruppo di S. Giorgio, nella lunetta del portale della parrocchiale, l'altorilievo, in questa conservato, del grecista Nicola Maiorano che, bibliotecario della Vaticana e vescovo di Molfetta, fu il più eminente cultore delle lettere greche che, quivi fiorite, trovarono incremento, oltre che nel clero greco, cui era riservata l'officiatura liturgica, anche negli scrittori donde, nei secoli XIV e XV uscirono i codici che, alienati nel Seicento, fanno parte della dotazione della
biblioteca ambrosiana.
Al Seicento risalgono i due monumenti di rilevante interesse per l'architettura barocca del Salento, il palazzo marchesale eretto nel 1636 da Francesco Manuli per conto di Giorgio Castriota e sede, nel secolo scorso, di una cospicua pinacoteca at
tualmente trasferita a Molfetta e, lungo la via di S. Stefano, il palazzetto Maggio, incoronato sulla fronte da un lungo mignano a mensole.
Ambedue le fabbriche presentano una limpida decorazione ornamentale che privilegia la sobrietà delle membrature architettoniche.
Ma il monumento principe dell'architettura di Melpignano è la chiesa della Vergine del Carmelo e il contiguo ex convento di agostiniani, edifici rispettivamente ricostruiti ed ingranditi nel Seicento e qualificati, la chiesa, dovuta a Francesco Manuli, da un'eloquente facciata, il cui schema è esemplato, anche quanto a decoro plastico, al verboso gusto di Giuseppe Zimbalo, ed ispirato, l'altro, ad una solenne gravità d”impianto che la rovina degli ambienti rende suggestivamente tragica.
Tra Melpignano e Cursi si estrae la pietra locale che è meno morbida e più resistente agli agenti atmosferici di quella tenera dei dintorni di Lecce e dalla cava «Motta›› di Melpignano derivano (1958) vari reperti di fauna pleistocenica conservati nel museo di Maglie.


SOLETO
Ebbe notevole importanza in seno alla società alloglotta articolata nei centri della Grecìa salentina di cui fu, fino al Seicento, il più distinto caposaldo culturale illustrato dal prestigio di avere dato i natali a valorosi umanisti, quali il filosofo Matteo Tafuri e i grecisti di casa Arcudi, oriundi corfioti, e di costituire l'area di provenienza dei codici greci dei secc. XIII-XIV acquisiti dalla biblioteca ambrosiana.
Di quel passato, il cui massimo splendore coincise con la signoria degli Orsini e dei del Balzo, che la tennero nei secoli XIV e XV col titolo di contea, Soleto conserva testimonianze di alta qualità storica e artistica, quali il tessuto urbanistico dell'antico nucleo abitato e monumenti riconosciuti d'importanza nazionale, come la guglia e la chiesetta dei SS. Stefano e Sofia.
Una passeggiata per il nucleo antico del paese che, fino al secolo scorso, fu centro di lavorazione di pelli, scopre agevolmente la nobiltà architettonica di edifici civili ed ecclesiastici inseriti in un pittoresco intrigo di vie e di larghi che formano l'armoniosa trama del tessuto urbano che fu dal Trecento circoscritto entro una cinta muraria rafforzata a mò di fortezza da quattro torri angolari.
Se i non pochi palazzetti (Tafuri, Carrozzini, Arcudi, Gervasi, Blanco) e le chiese (parrocchiale, ricostruita nel Settecento da Adriano Preite, del Purgatorio, dal seicentesco portale a lunetta, di S. Nicola delle clarisse e della Vergine delle Grazie dei francescani, pure del sec. XVII) costituiscono gli esponenti più immediati della deliziosa fisionomia rinascimentale e barocca di Soleto, la guglia, salutata come seconda soltanto al campanile di Giotto, è l'altezza più interessante di Soleto.
Fu costruita tra la fine del Trecento e i primi del secolo successivo per ordine dei conti Raimondello e Giovanni Antonio del Balzo Orsini da Francesco Colaci da Surbo che la mole agile e svettante come un minareto della guglia decorò di una fitta ornamentazione plastica, il cui risalto chiaroscurale riceve una straordinaria efficacia dal dorato cromatismo della pietra locale. Trasformata nel sec. XVIII in campanile, la guglia fu l'esemplare monumento al quale si richiamarono fino al Settecento gli autori dei campanili di Corigliano, Lecce, Maglie e Sternatia.
Altrettanto indimenticabile come questo capolavoro del gusto romanico-gotico è la cappella dei SS. Stefano e Sofia che nella struttura architettonica di aula ricoperta da tetto a capriate e conclusa da un prospetto la cui cuspide è risolta in un campaniletto a vela anticipa la sorpresa della decorazione pittorica dell'interno affrescato in momenti e da pittori diversi, il che spiega la coesistenza di pitture di gusto bizantino e occidentale, espressione anche questa dell'intreccio tra la civiltà italo-greca e quella occidentale, di cui la Grecia salentina esibisce una varia e notevole esemplificazione.


STERNATIA
Della vicenda medievale, della cultura bizantina e del rito greco che vi si mantenne fino al secolo XVII, epoca a cui risale la cessione di quattro codici greci ora custoditi nella biblioteca ambrosiana e il passaggio della parrocchiale dedicata al protettore S. Giorgio dal culto greco a quello latino, il centro conserva alcune cripte affrescate, attualmento inaccessibili e bisognevoli d'intervento di restauro.
La cultura greca del luogo espresse nel Cinquecento una personalità di rilievo nel copista Angelo Costantino, dal cui scrittorio uscirono i codici greci che, trascritti per ordine dei principi Acquaviva di Atri, sono ora conservati a Vienna, nella biblioteca nazionale.
Quel che è evidente ed è superstite è l”aspetto urbanistico del centro antico inserito nel circuito murario e caratterizzato da viuzze lunghe e strette perfettamente lastricate a basoli di pietra viva e limitate da cordiali episodi di architettura minore databili ai secoli XVI-XVIII.
Le emergenze monumentali di Sternatia sono rappresentate dalla chiesa parrocchiale ricostruita nel Settecento da Adriano Preite che ne esemplò il campanile su quelli seicenteschi di Lecce e di Maglie, dall'ex chiesa dei domenicani, anch”essa ricostruita nel Settecento allato del seicentesco ex convento (attuale residenza municipale) e dal superbo palazzo marchesale dei Granafei che, trai più espressivi edifici dell'architettura rococo di Terra d'Otranto, è il capolavoro di Emanuele Manieri.
All'interno, il palazzo, nel quale si spense (1812) il ven. Vincenzo M. Morelli arcivescovo di Otranto, presenta sale affrescate a cartocci ispirati dalla decorazione a stucco, un Apostolo, autografo lavoro di Cesare Fracanzano, mobili e ceramiche del Settecento.


ZOLLINO
Nel minuto intrigo dell”aggregato edilizio, i cui episodi più antichi ed espressivi rispettano la consueta tipologia della casa a corte, non sorprende l'informazione che in questo centro ellenofono, il rito greco si mantenne fino alla seconda metà del Seicento e che, due secoli prima, Zollino fu illustrata dalla fama letteraria del suo figlio più eminente, Sergio Stiso, che fu umanista di razza e precettore di Matteo Tafuri da Soleto.
Merita di essere considerata per le sue limpide forme barocche, disegnate da Francesco Manuli, la chiesa di S. Anna, che fu costruita nel sec. XVII, quando il paese fece parte dello staterello feudale di Carpignano, di cui era titolare la famiglia ducale Ghezzi.

Intorno al 1780 un giovane viaggiatore e studioso tedesco, il Witte, giunto nell'Italia meridionale, chiedeva a Napoli se esistessero ancora nel Regno popolazioni parlanti il greco e gli veniva risposto vagamente che nell'estrema Calabria e nel Salento dovevano esserci ancora dei villaggi dove si parlava la lingua dell'Ellade.